Tartufo Siciliano

Oro bianco nei boschi di Piazza Armerina
Dopo il tartufo nero di Palazzolo Acreide, nell'Ennese quello pregiatissimo fino a ieri esclusiva del Piemonte
Quotidiano “LA SICILIA” Domenica 13 Aprile 2014
Carmen Greco (nostro inviato)

Piazza Armerina. Il tartufo bianco non solo ad Alba, ma anche nei boschi di Piazza Armerina. La notizia è ghiotta, non tanto per i gourmet disposti a sborsare 3000-3500 euro al chilo per questa specie, la più preziosa in assoluto di questi pregiatissimi funghi sotterranei, quanto perché «laurea» la Sicilia come terra tartufigena. Non che, fino ad oggi, il tartufo siciliano non abbia fatto parlare di sé (a Palazzolo Acreide, in provincia di Siracusa, dove Santino Spata, ex sindaco di Palazzolo, negli anni Ottanta, è uno dei più conosciuti cavatori di Sicilia; sui monti Sicani a Burgio, l'altra figura di riferimento è Mario Prestifilippo, profondo conoscitore delle tartufaie naturali della zona).
Finora, però, del tartufo siciliano si è parlato con il contagocce. Più conveniente per i cavatori di casa nostra venderlo in gran segreto nelle piazze del Nord Italia (il nero estivo, cosiddetto "scorzone", tra i 150 e i 350 euro al kg, il "bianchetto" e il nero invernale sui 350-500 euro al chilo).
La novità è che il Tuber magnatum Pico, nome scientifico del tartufo bianco, altrimenti detto «tartufo di Alba», o del Piemonte, e tartufo bianco di Acqualagna, non era mai stato trovato in Sicilia. O, meglio, non era mai stato trovato ufficialmente. Un evento - sostengono i micologi e non solo loro - che contribuirà sicuramente a far uscire i tartufi siciliani allo scoperto, cioè sul ghiottissimo mercato internazionale. Tanto più che di questi primi ritrovamenti è stata data notizia con un articolo pubblicato sul bollettino ufficiale «Rivista di Micologia» dell'Associazione micologica Bresadola a firma dei micologi Gianrico Vasquez, Giuseppe Zuccalà, Mario Dollo e di Gianluca Messina, un appassionato raccoglitore di Piazza Armerina che nel novembre scorso ha trovato i pregiati tartufi bianchi.
«E' nato tutto per caso - racconta Gianrico Vasquez, micologo, direttore del corso per micologi in Sicilia -. Già da qualche anno Giuseppe Zuccalà, un esperto micologo di Barrafranca, mi parlava di ritrovamenti di Tuber magnatum Pico in Sicilia, però, da buoni scienziati avevamo bisogno di vedere per credere e poiché lui era un po' riluttante, probabilmente un po' geloso del segreto, come i cavatori, avevo abbandonato la cosa. Poi, un giorno, ho visto delle foto su facebook di Tuber magnatum Pico, pubblicate da un ragazzo di Piazza Armerina, Gianluca Messina. Feci un salto dalla sedia, lo contattai, gli consigliai di togliere subito le foto da facebook e di portarmi sul luogo del ritrovamento. Lì con il mio cane da tartufi che si chiama, guarda caso, Pico, abbiamo trovato i tartufi d'Alba. Sul momento non dissi nulla, volevo il conforto del microscopio. Abbiamo inviato gli esemplari al laboratorio di micologia di Bologna, abbiamo fatto tutti gli accertamenti del caso e abbiamo avuto la conferma della bella notizia: si trattava di Tuber magnatum Pico. I tartufi li abbiamo trovati in Contrada Leano, in territorio di Piazza Armerina. Zuccalà, invece, li aveva trovati nel bosco di Bubudello, sempre vicino Piazza ma nel comune di Enna. Così abbiamo deciso di procedere alla pubblicazione».
Ma perché si parla solo adesso dei tartufi siciliani? «Perché finalmente s'è capito che potrebbe rappresentare una nuova fonte economica - risponde Giuseppe Zuccalà, micologo, tra i primi più convinti sostenitori del tartufo siciliano -. Finora si era trovato, ma i cavatori l'avevano venduto nelle più prestigiose fiere e piazze nazionali come tartufo di Acqualagna e di Norcia. Ora non è più tempo di segreti, bisogna venir fuori, bisogna svegliarsi. Credo sia proprio l'ora».
I tartufi, in Sicilia, infatti, esistono da sempre. Venivano chiamati "truffi" e si trovavano già sulla tavola dei monaci benedettini di Catania per le grandi occasioni. I "porcari" li raccoglievano già senza troppi entusiasmi, ma furono i «Monsù» ad elevarli a cibo raffinato e d'elite. Nel Gattopardo ambientato nel 1870, viene descritta una cena a base di timballo di maccheroni e tartufi. Il prof. Giuseppe Inzenga, uno dei più illustri micologi siciliani fu il primo a parlare di tartufi in Sicilia trail 1850 e il 1880. Ad Avola, Giuseppe Bianca, studioso di scienze naturali, trovò i primi tartufi alla fine dell'Ottocento.
Senza andare troppo indietro nel tempo, l'Università di Palermo, già 20 anni fa, aveva fatto i suoi studi sui tartufi siciliani realizzando una mappatura delle zone tartufigene e, in prospettiva, lanciando anche la possibilità di un'eventuale attività di tartuficoltura.
«Il problema è che finora - osserva Zuccalà - tutte queste informazioni non sono state accompagnate da una campagna di comunicazione e soprattutto di marketing che avrebbe potuto valorizzare i tartufi siciliani praticamente sconosciuti. Invece, non solo i nostri boschi sono ricchi di tartufi ma, in Sicilia, il tartufo si può anche coltivare con il duplice obiettivo di diversificare le colture tradizionali e creare un prodotto alternativo dalle proprietà organolettiche eccellenti. Ad Alba tutto questo l'hanno realizzato da anni riuscendo a creare un marchio mondiale. Ma quel tartufo non cresce solo lì, cresce da noi in Sicilia, ma anche nelle Marche, in Abruzzo, in Molise».
Quale sia, in Sicilia, l'area più "vocata" per la raccolta dipende dal tipo di tartufi. «Sicuramente - spiega Gianrico Vasquez - l'area degli Iblei ha il primato perché è stata la prima ad essere scoperta, è un terreno calcareo e spesso il terreno calcareo, cioè un terreno "basico" va molto d'accordo con i tartufi, soprattutto il Tuber aestivum detto anche scorzone. Si è scoperto, però, che altri terreni vanno bene, Piazza Armerina, il Trapanese, la zona dell'Agrigentino, i monti Erei i monti Sicani. Sono stati trovati tartufi sia sui Nebrodi che sull'Etna. Sull'Etna nel 2007 abbiamo trovato il "bianchetto" il Tuber borchii. E poi il Tuber magnatum Pico, il bianco pregiato. Finora la zona d'Italia più a Sud in cui era stato rinvenuto era quella del Pollino, in Calabria. Adesso, l'abbiamo trovato nel cuore della Sicilia, un fatto che allarga di molto l'areale di crescita di questo fungo ipogeo così raro. La Sicilia, ad oggi, è la regione europea più meridionale, latitudinalmente, in cui è stato ritrovato. A noi micologi premeva di darne notizia. Di fronte ad un ritrovamento del genere ci sono due scelte: o stai zitto e te lo tieni per te riservando ai tuoi amici il piacere di un piatto di tagliatelle ai tartufi, oppure divulghi la notizia. Noi abbiamo scelto questa seconda strada. L'auspicio, adesso, è valorizzare un prodotto in più per la nostra terra, un prodotto di nicchia che non ha nulla da invidiare a quello che viene raccolto nel Nord e nel Centro Italia ma che può rappresentare un vanto siciliano assieme agli altri nostri prodotti. Ci auguriamo che questo ritrovamento possa contribuire a creare una "cultura del tartufo", che gli chef comincino ad utilizzarli, e che si crei una coscienza gastronomica, economica e culturale di questi pregiati e costosi frutti dei boschi dell'Isola».

 

URL: http://www.assotartufai.it/forum/2-benvenuti/13523-aggiornamenti-siculi


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